Il Santorale Francescano
La Parola di Dio è faccenda “da compagnia”. In compagnia della Chiesa, che ce l’ha trasmessa. In compagnia di tanti cristiani che, anche a proprio rischio, la leggono, la meditano e cercano di viverla. In compagnia di tanti santi: come sant’Antonio di Padova, che ad essa ha dedicato tutto se stesso, e la sua lingua, o come san Francesco, che se l’è trovata impressa nella carne! Come santa Chiara, che ne ha fatto la regola della vita sua e delle sue sorelle a S. Damiano. Come tanti santi francescani, frati, suore, laici: conoscerli ce li rende compagni di strada, giorno per giorno, possibilità concreta per noi di una vita vissuta per Dio e i fratelli. In una santità che trascina con sé tutto il “peso” della nostra carne, della nostra storia, dei nostri sogni e delle nostre fatiche. Come le belle illustrazioni di Luca Salvagno ci mostrano…
Luigi Avellino, francescano secolare (1862-1900), servo di Dio

Luigi Avellino nacque a Vico Equense (NA), il 16 aprile 1862, da Andrea Avellino e Lucia Volpe, genitori di sei figli e modesti lavoratori dei campi. Sotto la guida dello zio materno il sacerdote Giuseppe Volpe, si preparava a prendere la via del sacerdozio, quando a 16 anni fu costretto a lasciare gli studi e mettersi a lavorare nei campi per aiutare la famiglia. Per le ulteriori difficoltà familiari, accettò di lavorare in una cava di pietra di tufo come manuale e qui si ammalò di artrite deformante, che lo fece diventare paralitico poco alla volta. A Vico Equense, da sempre luogo di riposo, venne a villeggiare nell’autunno del 1882, il direttore dell’antico e grande ospedale degli Incurabili di Napoli, il quale conosciutolo gli offrì il ricovero nel suo nosocomio. A Napoli Luigi trascorse 18 anni, edificando tutti, medici, suore, infermieri e degenti, per la sua fede, il suo spirito di preghiera e di rassegnazione. Organizzava e preparava le funzioni religiose e le feste solenni dell’anno, si prendeva cura materiale e spirituale degli altri ammalati, fu così nominato “priore” del proprio reparto. Praticò le virtù della povertà e umiltà, sopportando sorridendo le sofferenze che lo tormentavano e che lo portarono alla morte a 38 anni, il Venerdì Santo 13 aprile 1900.