Il Santorale Francescano
La Parola di Dio è faccenda “da compagnia”. In compagnia della Chiesa, che ce l’ha trasmessa. In compagnia di tanti cristiani che, anche a proprio rischio, la leggono, la meditano e cercano di viverla. In compagnia di tanti santi: come sant’Antonio di Padova, che ad essa ha dedicato tutto se stesso, e la sua lingua, o come san Francesco, che se l’è trovata impressa nella carne! Come santa Chiara, che ne ha fatto la regola della vita sua e delle sue sorelle a S. Damiano. Come tanti santi francescani, frati, suore, laici: conoscerli ce li rende compagni di strada, giorno per giorno, possibilità concreta per noi di una vita vissuta per Dio e i fratelli. In una santità che trascina con sé tutto il “peso” della nostra carne, della nostra storia, dei nostri sogni e delle nostre fatiche. Come le belle illustrazioni di Luca Salvagno ci mostrano…
Benedetto Giuseppe Labre, pellegrino e cordigero francescano (1748-1783), santo

Nato ad Amettes, in Francia, in una famiglia numerosa, nella quale i genitori riuscivano a tirare avanti a fatica. Fece domanda di entrare in vari monasteri ma fu sempre respinto. Riuscì ad entrare come novizio nella Trappa di Sept-Fonts, ma dopo 8 mesi fu obbligato a lasciare il monastero. Finché capì che la sua reale vocazione era di essere vagabondo di Dio, ossia di predicare il Vangelo con l’esempio di una umiltà e povertà estreme. Cominciò così a viaggiare per visitare i più famosi santuari europei, in Germania, Francia, Spagna e Italia: si calcola che in poco meno di 14 anni percorse circa 30.000 chilometri. In Italia, il santuario a cui era più legato era quello di Loreto, ma visitò spesso anche Assisi e Bari. Dormiva per strada, viveva di offerte anche se non chiedeva l’elemosina, donava ad altri poveri tutto quello che considerava superfluo. Si vestiva in maniera semplice, sulle spalle portava un sacco in cui aveva qualcosa da mangiare e le uniche cose che possedeva: un Vangelo, un breviario, alcuni altri libri di devozione spirituale e il crocifisso che portava al collo. Il 3 dicembre 1770 arrivò per la prima volta a Roma, stabilendosi sotto un’arcata del Colosseo. In breve tempo la sua fama di uomo spirituale si diffuse nella città e i suoi consigli spirituali furono richiesti da nobili e cardinali. Un abate che gestiva un ospizio per vagabondi vicino alla chiesa di San Martino ai Monti lo convinse tempo dopo a stabilirsi lì. Viste le condizioni di stenti in cui era vissuto, la sua salute peggiorò e il mercoledì santo del 1783, a soli 35 anni, si sentì male nella chiesa di Santa Maria ai Monti: fu trasportato nel retrobottega di un macellaio di Via dei Serpenti dove nel pomeriggio morì. Tanta fu l’affluenza di folla che si recò a visitare le sue spoglie nella chiesa di Santa Maria ai Monti, che non fu possibile la celebrazione degli uffici della Settimana Santa. La sua fama di santità di diffuse rapidamente in tutta Europa tanto che il processo di beatificazione iniziò un anno dopo la sua morte e anche i suoi genitori furono chiamati a testimoniare.