Il Santorale Francescano
La Parola di Dio è faccenda “da compagnia”. In compagnia della Chiesa, che ce l’ha trasmessa. In compagnia di tanti cristiani che, anche a proprio rischio, la leggono, la meditano e cercano di viverla. In compagnia di tanti santi: come sant’Antonio di Padova, che ad essa ha dedicato tutto se stesso, e la sua lingua, o come san Francesco, che se l’è trovata impressa nella carne! Come santa Chiara, che ne ha fatto la regola della vita sua e delle sue sorelle a S. Damiano. Come tanti santi francescani, frati, suore, laici: conoscerli ce li rende compagni di strada, giorno per giorno, possibilità concreta per noi di una vita vissuta per Dio e i fratelli. In una santità che trascina con sé tutto il “peso” della nostra carne, della nostra storia, dei nostri sogni e delle nostre fatiche. Come le belle illustrazioni di Luca Salvagno ci mostrano…
Giovanni il Semplice, religioso francescano (sec. XIII), beato

Le Fonti Francescane raccontano che mentre san Francesco stava devotamente pulendo una chiesetta sulle falde del Subasio, con tanto di ramazza in mano, cosa che aveva insegnato a fare ai suoi frati e che lui stesso spesso svolgeva, fu visto con ammirazione da un contadino del luogo, tale Giovanni, che stava arando nel campo e che sui mise ad aiutarlo, e che gli disse: «Voglio che tu mi faccia frate, perché da molto tempo desidero servire Dio». Il santo ne provò gioia, considerando la sua semplicità, e rispose secondo il suo desiderio: «Se vuoi, fratello, diventare nostro compagno, da’ ai poveri ciò che possiedi e ti accoglierò dopo che ti sarai espropriato di tutto». Immediatamente scioglie i buoi e ne offre uno a Francesco. «Questo bue – dice – diamolo ai poveri! Perché questa è la parte che ho diritto di ricevere dai beni di mio padre». Il santo sorrise e approvò la sua grande semplicità. Appena i genitori e i fratelli più piccoli seppero la cosa, accorsero in lacrime. «Coraggio! – rispose loro il santo –. Ecco, vi restituisco il bue e mi prendo il frate». Lo condusse con sé, e dopo averlo vestito dell’abito religioso, lo prese come compagno particolare in grazia della sua semplicità. Quando Francesco stava in qualche luogo a meditare, il semplice Giovanni ripeteva in sé e imitava subito tutti i gesti o i movimenti che egli faceva. Se sputava, sputava; se tossiva, tossiva; univa i sospiri ai sospiri e il pianto al pianto. Se il santo levava le mani al cielo, le alzava egli pure, fissandolo con diligenza come un modello e facendo sua ogni mossa. Il santo se ne accorse e gli chiese, una volta, perché facesse così. «Ho promesso – rispose – di fare tutto ciò che fai tu. Sarebbe pericoloso per me trascurare qualche cosa». Francesco si rallegrò di quella schietta semplicità, ma gli proibì con dolcezza di non fare più così in futuro. E quando Francesco proponeva all’imitazione la sua vita – ciò che avveniva di frequente –, lo chiamava con grande piacevolezza non frate Giovanni, ma san Giovanni.