scendere per (continuare ad) ascoltare

scendere per (continuare ad) ascoltare

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.
Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. (Mc 9,2-10)

Domenica II di Quaresima, anno B – Il culmine dell’esperienza particolarissima vissuta dagli apostoli con Gesù sul monte della trasfigurazione non è tanto in ciò che vedono, ma in ciò che ascoltano. Perché è nel dna dell’esperienza di fede della prima alleanza il primato dell’ascolto: «Ascolta, Israele!».

L’elemento della teofania nella voce udita e le parole pronunciate dal cielo stabiliscono un legame stretto fra la trasfigurazione e il battesimo di Gesù. Pietro ha visto in Gesù il Messia (8,29). Qui il Padre indica Gesù come il Figlio suo. Forse è una designazione messianica, come nel Salmo 2,7: il re di Israele è designato come figlio di Dio il giorno della sua intronizzazione. Ma sotto la penna di Marco, la parola prende il senso che le dà la Chiesa, illuminata dallo Spirito Santo, dopo la Pasqua e la Pentecoste. Al battesimo, la rivelazione si rivolgeva a Gesù: «Tu sei il Figlio mio prediletto» (1,11). Ora è rivolta ai discepoli, e aggiunge: «Ascoltatelo». Autenticando per essi l’insegnamento di Gesù e la sua missione, il Padre li chiama a seguirlo.

Ed ecco che per ascoltarlo i discepoli sono costretti a seguirlo: la sequela non è un fine per dirsi/riconoscersi cristiani, ma il mezzo per garantire la possibilità dell’ascolto!

Lo “straordinario” non è lo stile normale della nostra fede. Sarebbe una fuga. Il “quotidiano” è un impegno più duro. Gesù, incarnandosi, ha scelto il quotidiano. Tuttavia l’esperienza straordinaria lascerà un vivo ricordo nello spirito dei discepoli. Se ne intuisce la ripercussione in 1Giovanni 1,1-3:

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo».

La seconda lettera di Pietro ne evoca il ricordo:

«Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,16-17).

Nella spiritualità francescana il paradigma della trasfigurazione trova sviluppo nell’idea centrale che Bonaventura vuole fissare di san Francesco: è il nuovo inviato di Dio, segnato come Mosè con i segni dello splendore (miracoli) mentre discende dal monte; anzi come Cristo che, appunto, discende dal monte della trasfigurazione (e poi dal Calvario) per operare la salvezza del mondo:

«Così [con l’esperienza delle stimmate alla Verna] il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato. Si compì, intanto, il numero dei quaranta giorni che egli aveva stabilito di trascorrere nella solitudine e sopravvenne anche la solennità dell’arcangelo Michele. Perciò l’uomo angelico Francesco discese dal monte: e portava con sé l’effigie del Crocifisso, raffigurata non su tavole di pietra o di legno dalla mano di un artefice, ma disegnata nella sua carne dal dito del Dio vivente. E poiché è cosa buona nascondere il segreto del re, egli, consapevole del regale segreto, nascondeva il più possibile quei segni sacri» (Leggenda Maggiore di san Bonaventura, cap. 16 : FF 1228).

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Andrea Vaona
ARTICOLO DI: Andrea Vaona

“fr. Andrea Vaona - francescano conventuale, contento di essere frate. Nato sul limitare della laguna veneta, vive in città con il cuore in montagna, ma volentieri trascina il cuore a valle per il servizio ministeriale-pastorale e quello di insegnante di storia ecclesiastica in "Facoltà teologica del Triveneto" e nell’ "Istituto Teologico S.Antonio dottore" a Padova. Scrive (poco) e legge (molto). Quasi nativo-digitale, ha uno spazio web: frateandrea.blogspot.com per condividere qualche bit e idea.”

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