un Pastore che mi chiama non per Sé, ma per realizzare me

un Pastore che mi chiama non per Sé, ma per realizzare me

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,1-10)

«La storia della salvezza è storia di ascolto, da Abramo a noi. La parola chiama. La risposta è mettersi in cammino: ascoltare, credere, aprirsi, lasciarsi penetrare, entrare. Questo Pastore mi chiama non per Sé, ma per realizzare me. Mi piace questa similitudine del Pastore. È la prima immagine di Cristo accolta nella Chiesa. In una società di violenti come la nostra, la similitudine può sembrare forzata. Ma ci ho pensato: e trovo che è meravigliosa. Non ho mai visto pecore irreggimentate. Il pastore non le assilla, le guarda con dolcezza, le precede ed esse si muovono con libertà. Strano: mi sento tanto pecora, perché mi sento tanto libero e il pastore non è mercenario. Per Suo mezzo esco ed entro, mi conosce e Lo conosco. È Lui che dà la Sua vita per me, non io per Lui», mons. Valentino Vecchi.

IV Domenica di Pasqua, anno A – Il racconto sul «buon pastore» si presenta in continuità con il racconto precedente: la guarigione del cieco nato (9,1-38) e il discorso sulla cecità dei farisei (9,39-41). Il discorso diretto continua senza alcuna interruzione. E’ dunque situato nell’insieme degli avvenimenti della festa delle Capanne (7,1-10,21) e, in sé, possiede unità e coerenza.

  • Gesù inizia con una parabola che non applica in modo particolare né a se, né a qualcun altro (10,1-5). Il redattore conclude annotando la non-comprensione dei farisei (10,6).
  • Sullo stesso tema Gesù sviluppa, in seguito, due parabole che applica alla sua missione: quella della porta (10,7- 10) e quella del buon pastore (10,11-18).
  • La conclusione ricorda che i Giudei sono di nuovo divisi tra di loro nei suoi riguardi (10,19-21).

«Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo» dice il Salmo 99. Sul solco di questa tradizione biblica Gesù evoca l’immagine: il pastore chiama le pecore con un grido che gli è proprio. Gesù applicherà a se stesso l’immagine per parlare di quelli che l’ascoltano o rifiutano di credere (10,27). A Pilato dirà: «Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (18,37).

Non solo “pastore delle pecore”, ma pure “porta della pecore”. Gesù dichiara in primo luogo di essere la porta delle pecore (10,7- 8), nello stesso senso di quando dirà: «Io sono la via» (14,6). Egli infatti è l’«unico mediatore tra Dio e gli uomini» (1Timoteo 2,5; vedi pure Efesini 2,18). Quando incontrò i primi discepoli aveva già annunziato il rinnovamento della visione di Giacobbe su «la porta del cielo» (Genesi 28,17): «Vedrete i cieli aperti» (1,51).

Poi il cambio di prospettiva: la porta serve ora al pastore, non alle pecore. Entrano per la porta quelli che parlano e agiscono in nome di Gesù. Chi passa attraverso Gesù potrà compiere la sua missione con vera sicurezza, «andare e venire» liberamente; «trovare pascolo» è la prima funzione di un pastore (vedi Salmo 23,1-2: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome»).

Bibbia Francescana collega questo brano biblico giovanneo con una della Ammonizioni di san Francesco, la sesta, con una particolarissima “attualizzazione” offerta dall’assisiate a riguardo dell’identità delle pecore, ossia i santi e le sante, capaci di imitare il Cristo attraverso l’esperienza del “seguirlo”:

«L’IMITAZIONE DEL SIGNORE - Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle» (FF 155).

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L’immagine scelta è tratta dal Mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna, mosaici della metà del V secolo - Nella lunetta sopra l’ingresso si trova una raffigurazione del Buon Pastore (simbolo del Cristo), imberbe seduto su una roccia e circondato da pecore che si rivolgono tutte verso di lui in un prato idilliaco squillante di tessere verdi (ai lati del Buon Pastore i due gruppi di pecorelle sono disposti secondo una struttura a chiasmo). Si tratta di una delle prime testimonianze di questo soggetto iconografico in sede monumentale (molto comune invece era nelle catacombe), influenzato dalla tradizione classica del mito di Orfeo. Particolare però è che qui il Pastore vesta tunica e mantello, cioè abiti di tipo imperiale, attestando un comune schema di assimilazione delle caratteristiche iconografiche dell’imperatore a quelle del Cristo.

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Andrea Vaona
ARTICOLO DI: Andrea Vaona

“fr. Andrea Vaona - francescano conventuale, contento di essere frate. Nato sul limitare della laguna veneta, vive in città con il cuore in montagna, ma volentieri trascina il cuore a valle per il servizio ministeriale-pastorale e quello di insegnante di storia ecclesiastica in "Facoltà teologica del Triveneto" e nell’ "Istituto Teologico S.Antonio dottore" a Padova. Scrive (poco) e legge (molto). Quasi nativo-digitale, ha uno spazio web: frateandrea.blogspot.com per condividere qualche bit e idea.”

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