Sabato santo. Triduo pasquale/3

Sabato santo. Triduo pasquale/3

Il Sabato Santo è segnato da un profondo silenzio, è il giorno del silenzio di Dio.
Noi dobbiamo fare di tutto perché per noi sia proprio una giornata di silenzio.
Gesù deposto nel sepolcro condivide con tutta l’umanità il dramma della morte.
È un silenzio che parla ed esprime l’amore come solidarietà e condivisione.
In questo giorno l’amore  diventa attesa della vita nella risurrezione.
Questo Sabato di silenzio, di meditazione, di perdono, di conversione, sfocia nella Veglia Pasquale, “madre di tutte le veglie”, che introduce la domenica più importante della storia, la domenica della Pasqua di Cristo.
Ed il silenzio sarà rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte.
Cristo crocifisso è risorto e ha vinto il mondo. L’amore è più forte dell’odio, ha vinto e dobbiamo associarci a questa vittoria dell’amore.
Nel buio della notte viene acceso dal fuoco nuovo il cero pasquale, simbolo di Cristo che risorge glorioso. Cristo luce dell’umanità disperde le tenebre del cuore e dello spirito ed illumina ogni uomo che viene nel mondo. Accanto al cero pasquale risuona nella Chiesa il grande annuncio pasquale: Cristo è veramente risorto, la morte non ha più alcun potere su di Lui. Con la sua morte Egli ha sconfitto il male per sempre ed ha fatto dono a tutti gli uomini della vita stessa di Dio.
Dalla splendente notte di Pasqua, la gioia, la luce e la pace di Cristo si espandono nella vita dei fedeli di ogni comunità cristiana e raggiungono ogni punto dello spazio e del tempo.
Quante volte il buio della notte sembra penetrare nell’anima; a volte pensiamo: “ormai non c’è più nulla da fare”, e il cuore non trova più la forza di amare… Ma proprio in quel buio Cristo accende il fuoco dell’amore di Dio: un bagliore rompe l’oscurità e annuncia un nuovo inizio, qualcosa incomincia nel buio più profondo. Proprio in quel buio è Cristo che vince e che accende il fuoco dell’amore. La pietra del dolore è ribaltata lasciando spazio alla speranza. Ecco il grande mistero della Pasqua! In questa santa notte la Chiesa ci consegna la luce del Risorto, perché in noi non ci sia il rimpianto di chi dice “ormai…”, ma la speranza di chi si apre a un presente pieno di futuro: Cristo ha vinto la morte, e noi con Lui.
La nostra vita non finisce davanti alla pietra di un sepolcro, la nostra vita va oltre con la speranza in Cristo che è risorto proprio da quel sepolcro.
Anche Francesco d’Assisi ha posto la Pasqua come fondamento di tutta la sua esperienza in Cristo, dagli inizi della conversione fino alla morte, nudo sulla nuda terra.
Anche la conversione pasquale secondo Francesco, pienamente fondata su Cristo, è un capovolgimento della gerarchia dei valori, da “maggiore” secondo il mondo, a “minore” secondo il Vangelo: “Voglio che questa fraternità sia chiamata Ordine dei Frati Minori”.
Altro aspetto da mettere in evidenza per ciò che riguarda la “Pasqua francescana” è il passaggio dalla morte alla vita. La vittoria di Cristo sulla morte si imprime nella vita di frate Francesco più che in ogni altra persona attraverso le stimmate prima, e con la morte da nudo sulla nuda terra poi.
Dal momento in cui aveva ricevuto le stimmate, due anni prima di morire, Francesco non fa altro che pensare alla sua morte, cioè all’incontro integrale con Dio.
Ecco perché per Francesco la morte si chiamava “sorella”, perché era ed è colei che ci conduce fraternamente all’incontro definitivo con Dio.
Le stimmate sono il segno del Cristo crocifisso, ma anche del Risorto!
La Pasqua era per il Poverello, anche il passaggio da questo mondo al Padre, cioè un esodo, l’Esodo.
Gli episodi della vita di Francesco richiamano continuamente questo aspetto: San Damiano, la spoliazione davanti al padre Pietro Bernardone ed al vescovo Guido, presente tutta Assisi, l’abbraccio con il lebbroso…ogni tappa è una tappa del deserto verso la Terra Promessa, pellegrinaggio di colui che si riteneva pellegrino e forestiero in questo mondo.
San Bonaventura argomenta questo aspetto dell’Alter Christus forse, meglio di chiunque altro: «Una volta, nel giorno santo di Pasqua, siccome si trovava in un romitorio molto lontano dall’abitato e non c’era possibilità di andare a mendicare, memore di Colui che in quello stesso giorno apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, in figura di pellegrino, chiese l’elemosina, come pellegrino e povero, ai suoi stessi frati. Come l’ebbe ricevuta, li ammaestrò con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre…» (LegM 7, 9: FF 1129).
La Pasqua era per il frate d’Assisi, il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla penitenza, dalla superficialità alla contemplazione. Una contemplazione che è rendimento di grazie a Dio per quanto ha operato in lui attraverso questo Mistero così grande, una contemplazione che si trasforma in lode: «…ti rendiamo grazie perché […] per la croce, il sangue e la morte di Lui ci hai voluti liberare e redimere» (Rnb 23,3: FF ).
Nel 1225, Francesco compone il Cantico delle creature. Il Cantico è la lode di colui che, sepolto con Cristo nel battesimo, in Cristo è stato anche risuscitato per la fede nella potenza di Dio (cf. Col 2,12). È la gioia della Risurrezione di Gesù che illumina il Sabato santo dell’attesa. Francesco si trova a San Damiano quando detta il Cantico, trascorre cinquanta giorni ospite delle Povere Dame, guidate da S. Chiara.
Raccontano le consorelle che nei giorni del triduo pasquale Chiara si immergeva così profondamente nella contemplazione , che «pareva essere inchiodata con Cristo e resa del tutto insensibile» (LegsC 21: FF 3217); e così Chiara raccomandava ad Agnese di Praga: «Abbraccia, vergine povera, Cristo povero. Vedi che egli si è fatto per te spregevole, e seguilo, fatta per lui spregevole in questo mondo. Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo più volte flagellato, morente tra le angosce stesse della croce: guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo» (2LAg 18-20: FF 2878-2879).
In questa Pasqua 2017, anche noi ascolteremo la parola del Vangelo e potremo accostarci al sacramento dell’eucaristia: Francesco ci insegna che questi sono i mezzi con cui il Risorto si fa presente oggi per noi.
Cari fratelli e sorelle, che mi avete letto, in questi giorni del Triduo Santo non limitiamoci a commemorare la passione del Signore, ma entriamo nel mistero, facciamo nostri i suoi sentimenti, i suoi atteggiamenti, come ci invita a fare l’apostolo Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5).
Francesco ci guidi in questa Pasqua a scrutare sempre meglio “la profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!”. Allora la nostra sarà una “buona Pasqua”!

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Alberto Origgi
ARTICOLO DI: Alberto Origgi

“Fra Alberto Origgi – frate minore conventuale. Da grafico pubblicitario, ad agricoltore, a frate francescano poi, per trafficare nella vigna del Signore ed essere a servizio del Regno di Dio. È passato attraverso esperienze parrocchiali, caritativo-sociali con persone con handicap, condivisione di esercizi spirituali, ad esperienze in chiese conventuali. Laudato sii, mi Signore, per quelle parole di San Francesco che sento profondamente mie e che mi lacerano e feriscono il cuore: “Iniziamo fratelli a servire e a fare il bene perché finora abbiamo fatto poco o nulla!”.”

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