quando mancano te ne accorgi

quando mancano te ne accorgi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,13-16)

5′ Domenica del Tempo ordinario, anno A -I discepoli di Gesù hanno una grossa responsabilità di fronte al mondo: devono essere «sale della terra» (v. 13) e «luce del mondo» (v. 14). La luce illumina, il sale rende il cibo saporito. Il mondo non si accontenta di sentire belle parole, ma vuol vedere fatti. Il cristiano è sale della terra e luce del mondo quando vive in se stesso lo spirito delle beatitudini annunciato da Gesù (i versetti evangelici che precedono questi quattro proposti in questa domenica). Il discepolo è chiamato a continuare l’azione del suo maestro, vera «luce del mondo» (cf. Gv 8,12).

La comunità cristiana viene presentata come «sale della terra» (v. 13a). Non si fa qui cenno a qualche precisa proprietà del sale; Matteo vuol semplicemente dire ai cristiani che essi svolgono una funzione insostituibile per l’umanità. E’ però ventilata la possibilità che il sale diventi insipido. I discepoli che non vivono l’ideale che hanno abbracciato perdono ogni senso e significato, il sale senza sapore non serve a nulla, è destinato a «essere gettato via e calpestato dagli uomini» (v. 13b).

«Voi siete la luce del mondo» (v. 14a). Questa espressione lapidaria iniziale è precisata da due immagini: la città collocata sopra il monte (cf. v. 14b), la luce e il candelabro (cf. v. 15). La prima immagine paragona la comunità dei discepoli alla città che si trova sopra un monte: è impossibile non vederla. La seconda presenta il rovescio della medaglia: la luce va posta sul lucerniere per illuminare l’ambiente. Porla sotto il moggio non avrebbe alcun senso. Ebbene, i discepoli che si mimetizzano vengono meno al loro compito. Il v. 16 offre la spiegazione della metafora e presenta il compito del discepolo: passa dall’essere al vivere. I discepoli sono la «luce del mondo» e devono «far brillare» la loro luce davanti agli uomini. La luce che i discepoli devono diffondere sono le «opere buone», che devono compiere «davanti agli uomini» per indurli a «rendere gloria al Padre che è nei cieli».

Chissà se dietro queste espressioni di Gesù si nasconde l’esperienza del suo sguardo posato lungo le sponde del Mar Morto: sole cocente e abbagliante amplificato dal riverbero del sale bianco che incrosta le rive del mare. Luce accecante, sale abbondante… come oggi lo vedono i tanti pellegrini che visitano la terra santa. Anche se così non fosse, mi resta la consapevolezza di un paio di considerazioni intravedibili nel binomio luce/sale.

Luce e sale si danno per scontate, normali, banali. La vita quotidiana banalizza la loro familiare presenza: interruttori che si attivano e disattivano senza pensarci, luci “sprecate” che restano accese…; cibi saporiti che nutrono fami non sempre solo di nutrimento. Eppure, quando “salta la luce”, quando nella pasta “manca il sale”, quando scendiamo in Umbria e assaggiando il pane lo percepiamo subito “senza sale”… ecco! Ce ne accorgiamo immediatamente! Nella similitudine dei credenti luce e sale forse si cela anche questo segreto: quando sono presenti sono spesso banalizzati, ignorati, dati per scontati (“si occupi la Chiesa degli immigrati!”). Quando mancano, quando la loro testimonianza autentica viene meno, il tessuto socio-culturale non può non accorgersene. E non sempre solo per “rimpiangerne” i servizi che vengono meno…

Luce e sale non sono “assoluti”. Non sono elementi ricercati e elitari. Sono elementi piuttosto semplici, comuni. Sono però anche la conseguenza di “altro”. Non c’è fiamma senza ossigeno e olio, non c’è illuminazione senza lampadina e corrente… Non c’è sale senza cloro e sodio, senza fatica di minatore per estrarlo, senza la pazienza di lasciar evaporare l’acqua del mare nelle saline. Dire che siamo luce e sale dunque vuol dire anche che non siamo stra-ordinari, non siamo auto-referenziali: c’è altro prima di noi che è causa della luce e del sale. «È in te, Signore, la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce», Salmo 39,9.

Dice Francesco d’Assisi nella Lettera ai fedeli II, X:

«E tutti quelli e quelle, che continueranno a fare tali cose e persevereranno in esse sino alla fine, riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed egli porrà in loro la sua abitazione e dimora. E saranno figli del Padre celeste, di cui fanno le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nel cielo. Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri» (FF 200).

E ancora rivolgendosi ai frati: «Tale sia il vostro comportamento in mezzo al popolo, che chiunque vi veda o vi ascolti, abbia a glorificare e lodare il Padre nostro che è nei cieli» (Anonimo perugino, 38: FF 1531).

E il papa Alessandro IV nella bolla di canonizzazione di santa Chiara, quasi “giocando” col nome della santa, dice:

«Chiara infatti si nascondeva, ma la sua vita era rivelata a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava. Si teneva nascosta nella sua cella, eppure nelle città lei era conosciuta. Nulla di strano in questo: perché non poteva avvenire che una lampada tanto vivida, tanto splendente, rimanesse occulta senza diffondere luce ed emanare chiaro lume nella casa del Signore; né poteva rimanere nascosto un vaso con tanti aromi, senza emanare fragranza e cospargere di soave profumo la casa del Signore. Che´ anzi, spezzando duramente nell’angusta solitudine della sua cella l’alabastro del suo corpo, riempiva degli aromi della sua santità l’intero edificio della Chiesa» (FF 3285).

 

CondividiShare on Facebook0Tweet about this on Twitter0Share on Google+2Email this to someone
Andrea Vaona
ARTICOLO DI: Andrea Vaona

“fr. Andrea Vaona - francescano conventuale, contento di essere frate. Nato sul limitare della laguna veneta, vive in città con il cuore in montagna, ma volentieri trascina il cuore a valle per il servizio ministeriale-pastorale e quello di insegnante di storia ecclesiastica in "Facoltà teologica del Triveneto" e nell’ "Istituto Teologico S.Antonio dottore" a Padova. Scrive (poco) e legge (molto). Quasi nativo-digitale, ha uno spazio web: frateandrea.blogspot.com per condividere qualche bit e idea.”

Ancora nessun commento.

Lascia un commento

Registrati
Esegui Login
Messaggero di Sant'Antonio