L’accidia o il mal di vivere

L’accidia o il mal di vivere

Accidia deriva dal termine akedìa che, nel greco classico, significa non prendersi cura (a privativo e kedia): l’accidia sostanzialmente è una negazione della responsabilità, del rispondere a quella chiamata alla vita che la tradizione cristiana chiama vocazione. L’accidia è una forma di negligenza, d’indifferenza e di mancanza di cure e d’interesse per la vita stessa caratterizzata da abbattimento, scoraggiamento, prostrazione, stanchezza, noia e depressione di fronte alla vita. É lo smarrimento estremo: l’accidioso vive in uno stato d’animo che intacca e rischia di disorientare tutto ciò che raggiunge. L’accidia può sfociare in un’espressione patologica: il male oscuro, cioè la depressione. Tuttavia sarebbe un errore identificare semplicemente l’accidia con la tristezza o la depressione. L’accidia può essere vissuta con umore euforico, molto attivo e operoso unito tuttavia ad un incredibile paralisi circa la vita spirituale: l’accidioso sembra bloccato perché concentrato su se stesso ed i propri problemi, impossibilitato ad uscirne, a decentrarsi a guardare fuori di sé. Tale paralisi è insieme causa ed effetto della sua sofferenza. L’accidia ha un carattere complesso e confuso: è un miscuglio di pensieri provenienti da forze diverse. Chi è colpito dall’accidia avverte un senso di disordine e d’illogicità in cui si intrecciano reazioni contrastanti: si detesta tutto ciò che si ha e si desidera ciò che non si ha.

Si percepisce che tutta la propria esistenza perde di tensione, è come allentata in un senso di vuoto, nella noia e nella svogliatezza, in una incapacità di concentrarsi su una determinata attività, nella spossatezza e nell’ansia. Viene a mancare un punto di attrazione, un polo che catalizzi tutte le componenti della persona, e questa perdita di scopo sembra trascinare tutto in un vuoto senza fine.

A causa dell’angoscia e dell’ansietà, la vita appare senza più punti sicuri, senza certezze, come appoggiata su di una superficie fluttuante.

Anche se il termine acedia in latino, compare solo tre volte nel testo latino dell’Antico Testamento, tuttavia la Bibbia sembra conoscere molto bene questo stato d’animo: ci sono delle pagine significative per descrivere il comportamento pigro e inerte dell’accidioso. In fondo l’accidioso è un ateo, perché ha cancellato Dio dal proprio orizzonte lasciandovi solo se stesso e la delusione per la propria limitatezza (lo stesso effetto produce la superbia). Cancellando Dio nulla più riesce a passare le barriere che l’accidioso pone fra sé e la realtà: ci si condanna un isolamento che è l’inizio del soffocamento e dell’asfissia dell’accidia. Due conseguenze tipiche sono l’instabilità e il disprezzo per gli impegni della propria vita. L’uomo non padroneggia più la vita; le vicende lo avviluppano inestricabili, ed egli non sa più vederci chiaro. Non sa più come cavarsela in determinate vicende della propria esistenza; e il compito a lui affidato gli si erge davanti insuperabile, come la parete di una montagna. La fenomenologia dell’accidia è generalmente scandita del binomio tristezza-pigrizia. L’accidia-tristezza si manifesta come una sorta di generale mancanza d’interesse (negligenza); ci si sente fiacchi nel corpo, affettati nello spirito. L’accidia vela l’anima di una tristezza sottile. Il cuore sembra stanco di tutto. Le giornate diventano di cinquanta ore. Il tempo è noioso, non passa mai; serve soltanto a portarci via la giovinezza e la vita. Nonostante questo malessere c’è nell’accidia una componente particolarmente perversa: l’accidioso si attacca ad essa e pur soffrendo pesantemente dell’animo triste, tuttavia avverte un forte resistenza a rinunciarvi, al punto di affezionarsi ad essa. L’accidia pur somigliando alla pace e alla tranquillità è l’esatto contrario di questa: chi ne è affetto non riesce a trovare pace tormentato da questo disgusto del vivere. La mancanza di interessi rende superficiali e maligni, spegne l’intelligenza nella sua proprietà di intus legere, di leggere tra le righe, di riconoscere le sfumature.

Tra tutti vizi, l’accidia sembra essere il più profondo e insidioso, e insieme alla superbia evidenzia un mancato riferimento ad una prospettiva religiosa e spirituale, manifestandosi come un vuoto di senso della vita; gli altri vizi infatti sono riconoscibili e condannabili anche prescindendo da una prospettiva religiosa, mentre l’accidia viene descritta partendo dall’esperienza monastica ed è sconosciuta alla tradizione filosofica precedente al cristianesimo. L’accidia nella sua forma di basilare tristezza del vivere è dunque affine alla depressione, manifesta e reclama un senso mancato o perduto  della propria vita. L’accidia è una sorta di grido di dolore del narcisismo sconfitto che deve fare i conti con i propri limiti, con la fragilità, con la morte, propria e dell’altro, e soprattutto con il riconoscimento di non poter essere la misura di tutte le cose. Alla base della tristezza propria dell’accidia c’è una valutazione di sé e della vita in termini negativi, il che spesso è in relazione a un atteggiamento troppo idealista, proprio di chi tendeva a porsi come il centro di tutto. Ciò che accomuna i comportamenti del depresso e dell’accidioso è spesso il fatto di non accettare il limite come elemento basilare della vita, che viene per lo più negato o subito, ma mai integrato. Lavorare sui criteri di valutazione consente anzitutto di capire che i sentimenti, o meglio l’emotività, non sono il tutto della vitae che comunque possono essere tenuti sotto controllo. Un aiuto a coltivare questo atteggiamento di vigilanza e di attenzione al bene è dato anche dalla pratica dell’esame di coscienza: abituarsi a leggere le pagine della storia personale riprendendole nelle proprie mani, non come le pagine di un agenda, ma alla luce della benevolenza del Signore. Riconoscere la generosità fedele e benevolente del Signore consente l’ingresso di altri colori nella propria vita. L’eucaristia come rendimento di grazie, l’azione per eccellenza del cristiano, è un insegnamento di vita decisivo anche sotto questo punto di vista, infatti l’accidia è l’esatto contrario dell’eucaristia, dello spirito del ringraziamento: incapace di cogliere il rapporto e il senso delle cose, chi è preda dell’accidia vive nell’a-charistia, nell’incapacità a stupirsi della bellezza, dell’amore e quindi, nell’incapacità a rendere grazie.

Scheda:

Dalla Sacra Scrittura: Mal 3,14; 1Re 3,12; Ap 3,15-16; Mt 26,41

Dalle Fonti Francescane: FF 1237; FF 1795; FF 2005-2008; FF 1698; FF 1093

Canzoni: V. Rossi, Un senso; F. Guccini, Canzone di notte n°2; G. Gaber, Far finta di esser sani

Dalla letteratura: G. Bunge, Akedia. La dottrina spirituale di Evagrio Pontico; J. P. Sartre, La nausea; V. E Frankl – P. Lapide, Ricerca di Dio e domanda di senso. Dialogo tra un teologo e uno psicologo

(I vizi capitali/7)

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Paolo Benanti
ARTICOLO DI: Paolo Benanti

“Fra Paolo Benanti francescano del Terzo Ordine Regolare ha acquisito la sua formazione etico-teologica presso la Pontificia Università Gregoriana e ha perfezionato il suo curriculum presso la Georgetown University a Washington D.C. (USA) dove ha potuto perfezionare le ricerche sul mondo delle biotecnologie. Svolge la sua attività accademica come docente di Teologia morale (fondamentale, sessuale e morale della vita fisica) e Bioetica tra la Gregoriana a Roma, l’Istituto Teologico ad Assisi e il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Collabora con l’American Journal of Bioethics - Neuroscience ed è membro dello staff editoriale di Synesis. È autore di numerose pubblicazioni presso editori italiani e internazionali.”

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