La gola: un desiderio inappagato dell’anima

La gola: un desiderio inappagato dell’anima

Il peccato di gola è legato ad un impulso irrefrenabile, a un’incapacità di moderarsi nell’assunzione di cibo o, più in generale, nell’oralità (alcol, il fumo, etc.). La radice di questo peccato è un desiderio d’appagamento immediato del corpo per mezzo di qualche cosa di materiale che provoca compiacimento. Il rapporto col cibo è un problema serio che investe molti aspetti legati all’esistenza: il cibo è la prima condizione di esistenza e spetta al cibo e alla gola mettere in scena un tema che non è alimentare, ma profondamente esistenziale, perché va alla radice dell’accettazione o del rifiuto di sé. Al di là dei disturbi dell’alimentazione, che necessitano di adeguati trattamenti psicologici, si assiste spesso ad episodi apparentemente “normali”, dietro ai quali si può intravedere un rapporto col cibo non completamente sereno.

Ogni peccato non è qualcosa che “offende” Dio, nel senso che ha come unico effetto quello di far irritare un Dio capriccioso, ma è in primo luogo un qualcosa che ci determina in maniera negativa: ci disgrega, ci ferisce, limita la nostra libertà. Così legati alla gola ci sono comportamenti in grado di ledere la nostra salute portandoci fino alla morte: fisica e spirituale! Per poter capire in che modo il peccato di gola ci ferisce cercheremo aiuto in alcuni testi biblici.

La prima tentazione per l’uomo, quella del serpente nella Genesi è riguardo un cibo, mangiare ciò che non doveva essere mangiato, l’albero della conoscenza del bene e del male. Gesù, quando fu sottoposto ad ogni genere di tentazione nel deserto si trovò in primo luogo davanti alla tentazione del mangiare. Il significato di questi testi va cercato nel modo semitico di capire l’uomo. Nel linguaggio biblico l’anima non è, come invece era per i Greci, una parte dell’essere umano contrapposta al corpo: dire anima significa dire la totalità della persona, della sua vita. Maria quando esulta: «l’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46) indica una gioia che la pervade interamente in tutta se stessa.

Nell’Antico Testamento anima è detta dalla parola ebraica nefesh. La radice di questa parola designa anche una parte del corpo, la gola e forse anche lo stomaco. Inoltre nefesh indica anche la fame e la sete che la gola e lo stomaco risentono. Dunque l’anima rappresenta nel suo significato più letterale una preoccupazione corporale, come possiamo vedere per esempio nel libro dei proverbi: «L’appetito (nefesh: l’anima!) del lavoratore lavora per lui, perché la sua bocca lo stimola» (Pr 16,26). L’anima è appetito, desiderio di vita. Abitualmente si traduce questa parola con «essere vivente» che non è sbagliato, ma il linguaggio biblico è più dinamico. Anima vivente, l’uomo non è un essere da definire, ma, se così si può dire, è un appetito vivente di vita. In fin dei conti, questo desiderio di vivere va così lontano che solo Dio può corrispondervi. L’uomo biblico ama con il cuore e con l’anima (Dt 6,5). Ma, mentre il cuore pensa e fa progetti (Gn 6,5; 1 Re 3,9.12), l’anima ama con passione (Ct 3,1-4), si rattrista (Sal 42,6), prova piacere: «Ecco… il mio eletto di cui mi compiaccio» (Is 42,1). L’anima è la vita che supera la ragione e la volontà cosciente. L’anima si riferisce alla fragilità umana e allo stesso tempo è un tesoro inestimabile.  L’anima, cioè il mio desiderio e la mia gioia di vivere, è più preziosa di tutto. Perdere la propria anima significa ridurre la vita a un insieme di funzioni da assolvere senza alcun coinvolgimento e desiderio.

Il peccato di gola è una disgregazione dell’anima, del nefesh: la sete di vita cerca di essere saziata in modo scomposto, sbagliamo il bersaglio (peccato traduce il greco amartoleo che significa appunto sbagliare bersaglio). Non cerchiamo la vera risposta alla nostra sete e presto proviamo di nuovo il bisogno di dissetarci: ci chiudiamo in una catena di risposte parziali e insoddisfacenti.

In fondo il problema del peccato di gola è che ci si accontenta di risposte che non sono risposte alla nostra vera domanda: “cosa sazierà la mia vita?”. La gola risponde “questo per un po’ ti può riempire!”. Ogni peccato di gola è una risposta sbagliata che ci nasconde un vero bisogno. Ogni vizio è una passione scomposta che crea in noi un’incapacità di leggere ciò che veramente ci abita nel cuore. La gola può essere vista come un rifugio nell’edonismo: cerchiamo piaceri per alienarci da una situazione che non riusciamo a dominare, in cui ci sentiamo morire. Un peccato di gola è un atto attraverso cui si svela un modo di vedere la vita: la vita è prendere, offrire a se stessi, accumulare per sé senza alcuna condivisione, è divorare  consumare la propria e altrui vita. Anche alcune forme di religiosità scomposta possono essere un modo di saziarsi, di sentirsi “pieni”. Condannati all’egoismo, i golosi non conoscono e difficilmente capiscono cosa è il vero piacere: darsi, perdersi per gli altri, diventare pane che un altro può mangiare, fare di noi stessi pane eucaristico. Un goloso non capisce Dio: un dono di sé che si fa pane per la nostra vita, invece di mangiare da se stesso da mangiare e ci invita a fare lo stesso (cf. la moltiplicazione dei pani). La cura per i peccati di gola  va cercata non solo nella morigerazione o in una continua mortificazione dei sensi, ma nel fare una vita ricca e gratificante, nel farsi cercatori di quel gusto che è il sapore dell’amore di Dio nella nostra vita.

Scheda:

Dalla Bibbia: Mt 27,34; Gen 3,6-7; 25,29-34; Sal 13,35; Mt 4,2ss; 5,6; 6,25; 15,17; Lc 6,25; Gv 4,32-34; 6,27.35; Ap 7,16; Rm 13,12-14; 16,18; 8,5s;Lc 21,34; Fil 3,19; 1Tess 5,7-8; 1Pt 4,1-3; Gc 5,5; Sir 31,28ss; Is 56,10ss; Mic 3,5; Gd 1,12; Sal 4,7

Dalle Fonti Francescane: FF 9-12; FF 159; FF 607-608

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Paolo Benanti
ARTICOLO DI: Paolo Benanti

“Fra Paolo Benanti francescano del Terzo Ordine Regolare ha acquisito la sua formazione etico-teologica presso la Pontificia Università Gregoriana e ha perfezionato il suo curriculum presso la Georgetown University a Washington D.C. (USA) dove ha potuto perfezionare le ricerche sul mondo delle biotecnologie. Svolge la sua attività accademica come docente di Teologia morale (fondamentale, sessuale e morale della vita fisica) e Bioetica tra la Gregoriana a Roma, l’Istituto Teologico ad Assisi e il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Collabora con l’American Journal of Bioethics - Neuroscience ed è membro dello staff editoriale di Synesis. È autore di numerose pubblicazioni presso editori italiani e internazionali.”

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