Richiesta di spiegazioni a sant’Antonio

Richiesta di spiegazioni a sant’Antonio

In questo giorno di festa, dedicato ad uno dei seguaci più famosi di san Francesco, a quel sant’Antonio di Padova che gode di fama mondiale, meditiamo con una pagina di p. David Maria Turoldo, servo di Maria, ma anch’egli grande devoto di sant’Antonio.

Antonio, tutto il mondo ti vuole bene, e non sembra che sia ancora annoiato, nonostante i 734 anni[1] dalla tua morte. Voi santi non avete pace neppure nella tomba: ma per ciò siete santi. Siete presenze in servizio senza fine, creature in stato di amore per sempre. Se non foste voi, chi oserebbe sperare,  aver fiducia, contare sulla divina udienza, senza tremare o morire di spavento? Senza la Madonna e senza di voi, amici di  Dio, non ci sarebbe neppure l’umanità di Cristo; e questa comunione di santi e di peccatori insieme, che è la Chiesa, per cui gli uni confidano nella fede degli altri e sperano che sia perdonato il loro peccato e dimenticata la propria indegnità. Senza santi non è neppure concepibile una religione: sarebbe il deserto, lo sconforto assoluto, il rigore impossibile. E poi la paura del silenzio di Dio.
Tuttavia dev’essere tremendamente noioso il vostro mestiere di santi: almeno, a nostro modo di vedere. Io so cosa mi potresti rispondere: che non è un mestiere, e tantomeno noioso; quando uno ama!… Sì, ma è questo miracolo dell’amore che a noi è difficile, di capire e di vivere. Cioè, non siamo santi. Perdonami se parlo a vanvera. Ho vergogna di non essere come te, e tuttavia oso rivolgerti la parola: come se ti conoscessi da sempre, come se fossimo stati sempre insieme per tutte le città d’Italia e di Francia, e avessimo passato tante serate in dolci conversari. E invece è proprio così, nonostante io sia del 1916 e tu del 1195. Che strano! Per i santi i secoli non contano proprio nulla. E tu non fai nessuna soggezione,  anche  se  eri  così  violento  (specialmente contro i prelati…  del tuo tempo), e avevi un vocione terribile da far paura perfino ai demoni, tanto che il diavolo una notte ha tentato di strangolarti. Scusa, è meglio che non parliamo di queste cose: oggi nessuno ci  crede al diavolo; e la scienza non si spiega quasi nulla circa gli avvenimenti che più contano: circa il bene e il male; e la religione è molto, molto in difficoltà. Tutto è diventato «naturale» oggi. Ma con questo non è che si sappia molto più di ieri: e che soprattutto si stia meglio.
Dunque, lascia dire: che non hai avuto una bella vita prima, né l’hai ora. Ma di quella di prima parleremo più tardi. Dimmi invece come fai ora a star dietro a tutto e a tutti; a non impazientirti di tutte queste nostre lagne, e anche di tutte queste botteghe (cosa vuoi: lo sa anche il Signore come siamo fatti, e anzi, è stato proprio lui a farci così). Per dopo accontentarti di una candela, di qualche offerta ai poveri, di una confessione e comunione col Signore. (A questo sì che ci tieni, lo sappiamo benissimo: basta andare a Padova a vedere: migliaia e migliaia di ore da parte di una turba di sacerdoti  passate a confessare; e poi messe, tante messe al tuo Re e Signore). E tutto questo per che cosa?
Una suora ha il morbillo: «O sant’Antonio, tu che moristi di cirrosi epatica…». Uno studente non  passa agli esami: «O sant’Antonio, Arca del Testamento»: e passa. Una zitella non trova marito: e prega…; fin quando prende la tua statuina e la butta dalla finestra: non cade proprio sul capo di un giovanotto che, dopo, commosso, si decide a sposarla? Uno deve scassinare una banca: «O sant’Antonio, tu che lottasti come un gigante contro gli usurai…». Uno ha perso il portafoglio: «Si quaeris miracula…» e trova il portafoglio.
Ma come mai ti sei fatto questa fama di «detective»; «il nostro cane da caccia» come ha detto un devoto di te! E ci fai da ufficio di oggetti smarriti, da agente di cambio, e di pubblicità, e da farmacista. La tua immagine sta su ogni ripiano di caminetto, nella bottega del droghiere e del macellaio (e non è detto per questo che il macellaio ed il droghiere non imbroglino sul peso, non  alzino i  prezzi). Tu sorvegli la carne, la melassa, il caffè. Hai mani che ti arrivano al gomito.  Nostro factotum ti chiama questo tuo devoto. Tu ci aiuti a portare il paniere della spesa, quando andiamo al mercato a comprare la verdura. «Bada alla nostra bicicletta» ti diciamo quando, passando dall’osteria, entriamo a bere un bicchiere; e tu ci badi.
Le cronache dicono che un tuo frate cercava un giorno un documento molto importante, e per esso aveva già rovistato tutto l’archivio e messo a soqquadro il convento; e dopo aveva cominciato a  pregarti appassionatamente: ma nulla, neppure l’odore di quel documento! E la causa era prossima,  il tempo era già scaduto. Senza quel documento tutto era perduto. Il monaco stava quasi… per bestemmiare, quando ha preferito prendere te per il collo: ha preso la tua statuetta e l’ha scaraventata sul muro, una rosa di frammenti. E quel benedetto di documento non era nascosto entro la tua «cara», «venerata» statuina?
Così, pezzi d’ira diddio, scettici, peccatori d’ogni risma, per cui Dio non c’è, ma ci sei tu. Ti tengono dentro il portafoglio e dicono: «Padre, modestia a parte, io sono religioso!». E ti mostrano un santino: orribile e sfatto come una vecchia carta di «am-lire»[2].
Mai chiesa; o se vanno in chiesa, mai Santissimo; appena la tua statuina, messa apposta in fondo, per la cassetta «per i poveri»; oppure difilato al tuo altare, dove c’è. E il povero Santissimo nella  navata di fianco, come un mendicante ai margini del marciapiede, cui più nessuno ci bada.
Senti, come la metti, lassù, col Padreterno, e con Gesù, che hai predicato così bene in vita da rapire le folle e portarle tutte a Lui? Come la metti con lo Spirito santo, con quello spirito di fuoco che brucia tutte  le  scorie? E perfino, come la metti con la Madonna, di cui tu sei stato uno dei più grandi innamorati, specialmente per l’Assunta, la gloriosa Assunta, tanto che forse per amore di lei non hai mai detto male o quasi, in vita, delle donne, mentre hai detto tanto male di tutti: di Vescovi, di canonici, di potenti (del tuo tempo)? Insomma, come la metti!
Perché e Padreterno e Verbo e Spirito santo e Madonna e angeli e santi: sono tutti meno importanti  di te. E senza di te non c’è quasi religione; e non ci sono quasi più miracoli.
O sant’Antonio, perdona: anch’io ti voglio bene. Ma non capisco…

Tratto da David Maria Turoldo, Povero sant’Antonio!, EMP, Padova 2015, pag. 49, € 5,00


[1] Il computo vale per p. Turoldo, al tempo in cui scriveva queste pagine (1965). Per noi oggi sarebbero ormai 784 anni dalla morte di Antonio (1231).
[2] Era la carta-moneta durante l’occupazione americana.

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Fabio Scarsato
ARTICOLO DI: Fabio Scarsato

“Fra Fabio Scarsato – Originario di Brescia, frate minore conventuale, è appassionato di san Francesco e francescanesimo, che declina come stile di vita personale e come testimonianza agli altri. È passato attraverso esperienze caritativo-sociali con minori e giovani in difficoltà, esperienze parrocchiali e santuariali nella trentina Val di Non (Sanzeno e S. Romedio), di insegnamento della spiritualità francescana, condivisione di esercizi spirituali e ritiri, grest e campiscuola anche intereligiosi, esperienze di eremo e silenzio. Attualmente vive al Villaggio S. Antonio di Noventa Padovana, ed è direttore editoriale del Messaggero di S. Antonio, del Messaggero dei ragazzi e delle Edizioni Messaggero Padova.”

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